Seriamente ricerco Mecenate illuminato interessato a sostenere la mia produzione letteraria contemporanea…non astenersi anche se perditempo, purché mecenati…
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Quante volte ci ho pensato, passeggiando per i corridoi della villa o in giardino, e ho sempre rimandato, credevo di avere tempo. Certo non pensavo di iniziare costretto da una situazione come questa, ma la vita è imprevedibile –tu me l’hai sempre insegnato- e stavolta lo è stata sul serio. È bastata una bollicina d’aria, una stupida bollicina d’aria, un’innocua bollicina d’aria.
Così ora eccomi qui, sono le quattro del mattino e non riesco a dormire, come potrei dormire? Sono alla scrivania e ho deciso di iniziare.
Hai capito bene, sto parlando di un diario.
Già, proprio io che scrivo un diario, o meglio una specie di diario, forse le mie memorie. O forse le tue memorie. Non lo so di preciso, ma sento il bisogno di scrivere, di fissare tutto nero su bianco prima che sia tardi, prima che un altro imprevisto mi sorprenda mentre dormo, mentre non sono attento.
Il fatto è che non riesco bene a capire da dove iniziare, ci sono troppe cose da dire e io, lo sai, mi trovo meglio davanti alla tastiera del pianoforte che a quella del computer, vorrei poter scrivere suonando o riempiendo gli spazi del pentagramma, vorrei sapermi esprimere solo attraverso le note che delle parole sono le antenate. Invece sono qui che muovo gli indici sui tasti come due martelletti sulle corde, e mi sento ridicolo a non riuscire ad utilizzare tutte le dita come faccio al piano. Read More
Bene, visti i segnali di consenso -per cui vi ringrazio di cuore- oggi inizierò a postare su questo blog e sulla mia pagina di Facebook il nuovo romanzo che sto scrivendo.
Lo condividerò a stralci, la struttura si presta dal momento che è scritto sotto forma di diario.
Questa volta chiederei anche la vostra partecipazione: vorrei inserire nel testo anche delle parti scritte da voi…scritte da donne…ma ne riparleremo quando le parti pubblicate vi avranno dato un’idea della storia e dello stile.
Magari mi aiuterete a decidere anche il titolo.
Intanto buona lettura…e non lesinate i commenti!
Ieri sera a cena ho conosciuto una persona interessante, certamente capace di vedere i problemi da un punto di vista laterale, o alternativo se vogliamo. Abbiamo mangiato, bevuto del buon vino e chiacchierato, una serata tranquilla e davvero piacevole. Nel nostro dialogare, ora nemmeno ricordo come sia uscito l’argomento, questo nuovo amico –Marco- mi ha parlato del modo in cui ha messo insieme la cifra che gli serviva per acquistare la casa per sé e per la sua famiglia senza passare per le banche.
Premetto che questa persona lavora da sempre come assistente sociale e non ha trascorsi come economista, contabile, commercialista o qualsivoglia altra professione collegata alla gestione o al reperimento di risorse finanziarie.
Marco ha semplicemente applicato un modello di rete, che oggi ormai siamo abituati a vedere ovunque ma che undici anni fa non era per nulla scontato. Ha individuato una rosa di n amici e conoscenti cui ha chiesto di prestargli una cifra minima ciascuno –mi parlava di millecinquecento euro- per un periodo x a loro scelta, così come a discrezione del creditore era l’applicazione di un eventuale ragionevole tasso d’interesse, ma alcuni si sono accontentati di una cena o “interessi” simili. Leggi il seguito
Le avanguardie sono sempre state il presidio della contemporaneità, lucide custodi della capacità di comprendere l’accadere nel momento stesso in cui accade. E a volte una frazione d’unità di tempo prima.
Siamo abituati a studiare le epoche passate, contesti che si sono storicizzati e sono divenuti immobili sono molto più facili da decifrare, ma annaspiamo quando si tratta di capire il mondo che ci circonda, le sue dinamiche, i suoi mutamenti, le opportunità che offre. E poi oggi quel mondo viaggia a velocità supersoniche e non aspetta nessuno.
Nell’era digitale le avanguardie, intese come movimenti, non esistono più, non fanno in tempo a coagularsi fisicamente che già sono retroguardia, così si sono destrutturate, decentralizzate e gli avanguardismi emergono sotto molteplici forme, provengono da paesi diversi, parlano differenti lingue e tendenzialmente si ritrovano sulla rete. Leggi il seguito
Lavoro quasi sempre con persone con cui non ho un contatto fisico quotidiano. Nemmeno settimanale. Spesso neanche mensile. Alcuni “colleghi” non li ho mai incontrati in carne ed ossa.
Vivo una situazione professionale da famiglia allargata, destrutturata e decentrata.
Molte volte mi viene chiesto se questa sorta di isolamento non mi disturbi o non comprometta la mia produttività, intesa come livello di concentrazione ed attenzione, se non mi manchi la distinzione netta tra ambiente privato ed ambiente lavorativo. Sinceramente no, al contrario, vivo questa condizione come un estremo privilegio e riesco a coniugare e tenere comunque distinti gli ambiti.
Non ho delle regole precise, nel senso che non mi impongo orari d’ufficio, per così dire, rimango molto elastico e non mi fa differenza essere attivo di giorno o di notte. Questo mancanza di pressione, di obbligatorietà, mi consente invece di applicarmi alle mie cose quando più ne ho voglia, rendendomi estremamente efficace e permettendomi di non sprecare tempo prezioso. Leggi il seguito
Liu Bolin è un artista cinese che ha deciso di rappresentare nelle sue opere l’invisibilità degli artisti e degli individui nel proprio paese.
Guardate il video, vele più di mille parole.
Avere un blog oggi è una specie di status-symbol, almeno in determinati ambienti.
Mi capita di assistere a conversazioni che vertono sul numero di accessi che il proprio blog genera, una specie di sfida all’ultimo clic, una tenzone a colpi di meta-tag, un confronto titanico tra ranking di rispetto.
Pochissime volte mi capita di assistere a conversazioni che vertono sulla qualità dei contenuti del proprio blog, fatto non del tutto secondario, almeno dal mio punto di vista.
Non sono un consumatore compulsivo di opinioni altrui, non ritengo che il semplice avere un’opinione sia sufficiente a meritare attenzione (diritto di esprimerla, certamente si), certo è sempre meglio che non averne affatto, ma la facilità con cui si può gestire un blog ha moltiplicato la ridondanza e alla fine le minestre sono quasi sempre le stesse, magari con qualche ingrediente aggiunto a freddo.
Naturalmente sono uno strenuo sostenitore della libertà di avere un blog, un blog per ogni cittadino è un motto che sottoscriverei. Leggi il seguito
Ho intervistato Michele Prevato, Communications and event specialist per l’agenzia Now Avaialble di Milano.
Recentemente Cesvi ha realizzato una campagna di sensibilizzazione originale: il Condom Mob. Parlaci di Cesvi e di questa iniziativa.
Cesvi è un’Organizzazione Non Governativa laica, che si occupa di Cooperazione e Sviluppo nei paesi del Terzo Mondo. Da anni affronta il problema dell’Aids con azioni concrete nei e con azioni di sensibilizzazione.
Cesvi promuove una forma di comunicazione che non punta il dito sulle emergenze e sulla compassione ma esalta gli aspetti positivi della solidarietà.
Da oltre un anno ha anche creato una nuova forma di raccolta fondi attraverso un suo proprio social network: Cesviamo.org. Cesviamo inverte il concetto di “fund raising” in “fun raising”: si può fare del bene, divertendosi.
Cesviamo infatti si basa su un meccanismo di scommesse. Gli utenti possono lanciare una scommessa che saranno pronti a “pagare” se i loro amici/conoscenti saranno disposti a raccogliere piccole somme di denaro. Cesvi poi, le userà per finanziare concrete azioni di sostegno alle comunità locali dei Paesi in via di Sviluppo mostrando sul sito i risultati.
Il 1° dicembre è la Giornata Mondiale per la lotta all’AIDS e Cesvi quest’anno ha voluto cogliere l’occasione per raggiungere 2 obiettivi paralleli:
1. Sensibilizzare i giovani italiani sull’importanza di proteggersi per diminuire il rischio di contrarre la malattia (purtroppo è un fenomeno nuovamente in crescita in Europa negli ultimi anni)
2. Promuovere il modello di Cesviamo e raccogliere fondi per aiutare le popolazioni dell’Africa Sub Sahariana nella loro costante lotta alla diffusione del Virus. Leggi il seguito
Mi interessa guardare i Tg regionali e lo faccio regolarmente, trovo che una visione microscopica sia integrativa di una visione macroscopica, soprattutto quando si tratta di informazione.
Si potrebbe aprire un lungo e noioso discorso su quanto possa essere utile o meno assumere informazione dalla televisione, ma lo stato dell’arte in materia è sotto gli occhi di tutti e facilmente giudicabile perciò non lo affronterò. Per quanto mi riguarda, l’informazione televisiva è una minima parte delle fonti da cui attingo, poi ognuno sceglie la propria ricetta e le proporzioni degli ingredienti.
Mi rendo conto che, per via della professione che svolgo e delle modalità con cui la svolgo, mi rimane il tempo di affrontare con la dovuta tranquillità il quotidiano compito di informarmi, potendoci applicare anche una buona dose di variabilità nella scelta degli argomenti da approfondire.
L’altra sera ho visto il Tg regionale della Campania, dove hanno (come negli altri) una bella rubrica intitolata 30 Anni in cui mandano in onda un servizio del telegiornale editato trent’anni prima. So che non avrei dovuto perché immagini di quel tipo si vedono continuamente, ma sono rimasto colpito dal come eravamo solo trent’anni addietro. Ero già nato, ma le persone e il contesto immortalati in quel servizio sembravano appartenere ad un’altra epoca. Leggi il seguito
La crisi stritola le aziende italiane, e non solo.
Si sono perse centinaia di migliaia di posti di lavoro e l’emorragia ancora non si è arrestata, lasciando presagire un prossimo futuro tempestato di difficoltà.
Purtroppo spessissimo le prime ad essere tagliate sono le spese collegate alla comunicazione, e tra queste (purtroppo un’altra volta) in cima alla lista ci sono quelle collegate al web.
Rinnovare il sito, passare al 2.0, sfruttare le potenzialità dell’advertising in rete e quelle del social marketing vengono percepite come azioni secondarie, da poter tralasciare. Questo succede perché in buona parte non esistono strategie di sviluppo del business che non inquadrino internet come campo accessorio, come segmento per investimenti residuali sia economici che di risorse umane, eccezion fatta per i soliti illuminati, quelli che nei periodi di crisi colgono la palla al balzo per inventarsi nuove strade e sperimentare.
Queste persone sono quelle che credono fino in fondo al valore dei propri investimenti, e perseguono gli obiettivi anche se fattori imprevisti si mettono di traverso, si pongono come ostacoli insormontabili. Nulla è peggio che sperperare denaro, tempo e creatività in progetti che poi non si finalizzino, che si arenano alle prime difficoltà. Nulla è peggio della continua insicurezza riguardo le scelte fatte. E solo un occhio molto distratto collegato ad un cervello altrettanto distratto può non aver colto l’importanza che la rete avrà nei prossimi anni. Leggi il seguito
To share è il verbo del futuro.
Condividere, per gli amanti dell’uso di terminologie nella propria lingua madre.
È un futuro che va costruito attraverso la convergenza culturale, perché la condivisione, l’habitus alla condivisione, non è un vezzo per internauti o esperti di social marketing ma un nuovo modo di intendere la vita di relazione. Relazione tra due individui, tra gruppi di individui, tra comunità, tra partners nel business, tra aziende e clienti, tra Istituzioni e cittadini.
Le biblioteche, raccolte di sapere, affascinano gli esseri umani fin dai tempi della grande biblioteca Alexandrina, costruita ad Alessandria d’Egitto circa nel III° secolo a.C. In quei luoghi sentiamo l’esigenza di concentrare lo scibile, le idee, la storia, le scienze per rendere il tutto fruibile a chiunque, per permettere a chiunque di contribuire ad arricchire di testi e conoscenza quei luoghi, istruendosi e stimolandosi attraverso i testi già presenti.
La propensione alla condivisione non nasce con il web, nasce nei nostri istinti più remoti di animali di branco, si è raffinata attraverso la produzione culturale e si è evoluta -in fin dei conti conservandosi- fino all’era digitale. Leggi il seguito
Nel blog di Zooppa è stata riproposta un’intervista che avevo rilasciato a Raffaello Setten qualche tempo fa.
Ringrazio gli amici di Zooppa e segnalo.
Naked girls reading è un progetto nato nel 2009 e ideato da Michelle L’Amour e Franky Vivid.
Come speigato nella sezione “about” del sito, non c’è molto da capire al di là che si tratta di un reading dove cinque splendide ragazze leggono letteratura, completamente nude.
Il gioco intellettuale che mi è piaciuto molto si riassume con una specie di adagio: naked girls reading or girls reading, naked?
Lo spettacolo ha ottenuto enorme successo, e nel 2010 continuerà nelle principali città americane.
Dal primo Gennaio 2009 anche in Italia è possibile promuovere le class-actions, cioè delle cause collettive in cui molti soggetti possono unirsi per un’azione legale congiunta nei confronti di un altro soggetto.
L’esempio tipico è quello del gruppo di consumatori che hanno subito un comportamento scorretto da parte di un’azienda, pensiamo al caso del Nokia E90 “Communicator” o a quelli relativi Telecom Italia.
Ci sono naturalmente polemiche sul modello che è stato scelto, le associazioni dei consumatori sono sul piede di guerra e pare che il meccanismo sia stato fortemente limitato, in sostanza con degli impedimenti ad agire in determinate situazioni.
Il primo di Gennaio, comunque, gli avvocati del Codacons avevano già depositato ai Tribunali di Roma e Torino due ricorsi contro Banca Intesa ed Unicredit per le imposte di massimo scoperto. Leggi il seguito
Come è difficile il gioco delle relazioni.
A volte sembra di camminare su un pavimento ricoperto di delicatissimi calici in cristallo, una sola mossa falsa e li si mandano in frantumi, con il rischio di tagliarsi.
A volte è un imbecille di passaggio a mandare tutto in frantumi, spesso senza accorgersene.
Altre volte ancora il pavimento è già ricoperto di schegge acuminate, e si deve ancora fare il primo passo.
Se si fluttua leggeri due metri sopra il pavimento, ma bisogna saperlo fare, non ci sono problemi di sorta.
Tempo fa avevo scritto della questione del porno sul web.
E’ di questi giorni la notizia che per la prima volta una democrazia ha proibito l’accesso ad alcuni siti, naturalmente correlati al sesso ed alla pornografia. La democrazia di cui parliamo è l’India.
Ci sono naturalmente una serie di complesse ragioni culturali e religiose che hanno portato a questa decisione, ma il fatto rimane comunque grave, almeno per la mia sensibilità di occidentale.
Naturalmente i motori di ricerca e tutti gli altri soggetti toccati dal problema hanno immediatamente adeguato le proprie politiche alla nuova regolamentazione, il mercato indiano è troppo importante per inimicarsi il Governo, ed ora per chi ricerca contenuti a sfondo sessuale si possono aprire le porte del carcere per tre anni. Leggi il seguito
È molto facile aderire ad una iniziativa che viene veicolata attraverso la rete, basta un clic e si dà l’adesione, basta digitare un minuto e mezzo e si sottoscrive la petizione.
È vero che sui social network vengono pubblicizzati eventi che raccolgono migliaia di adesioni elettroniche, salvo poi trovarsi in qualche centinaio quando l’evento si trasferisce nel mondo reale. Succede, ad esempio, con manifestazioni di piazza pro o contro qualcosa.
Molti sono infastiditi da questo meccanismo, e lo ritengono assolutamente inutile, un’aberrazione del concetto di partecipazione indotta dalla semplicità del modo con cui si può partecipare.
Iscriversi elettronicamente ad una manifestazione di piazza condividendone le ragioni ed i contenuti può dirsi diverso dall’andare in piazza fisicamente?
Milioni di persone in tutto il pianeta hanno aderito (e aderiscono) virtualmente alle manifestazioni contro il regime iraniano, pochissime si sono recate di persona a Teheran. È stato davvero tutto inutile? E come mai il regime ha cercato in tutti i modi di oscurare il web e gli altri media?
La risposta è semplice: per non far sapere. Leggi il seguito
In questi giorni (siamo il 20 di Dicembre) si discute molto della proposta del Governo per mettere un freno alla nascita e alla proliferazione sul web di gruppi che istighino alla violenza o all’odio razziale, soprattutto sui ben noti social network di ultima generazione, Facebook in testa.
È di ieri la notizia che il responsabile di Facebook per l’Europa ha dato la disponibilità ad incontrare le alte cariche del nostro Governo per discutere di politiche di contenimento di quei fenomeni considerati socialmente dannosi o pericolosi.
Ho sempre trovato una pessima pratica quella del proibire, in tutti i sensi e in tutti gli ambiti, figuriamoci se posso condividere un accresciuto controllo della rete da parte di chicchessia.
“In internet c’è libertà, ma questo non significa che si possa dire o scrivere di tutto” ho sentito bofonchiare da qualcuno. Sbagliato. La funzione del web è anche quella di fornirci un’istantanea sociale, un fermo immagine del come siamo e cosa pensiamo, e i social network sono la versione aggiornata di quell’esperimento (dettato, se non ricordo male, da impossibilità economica di trasmettere altro) che molti anni fa fece Radio Radicale, fornendo un numero di telefono e delle segreterie telefoniche che registravano qualunque tipo di messaggio, senza filtri, mandandolo poi in onda. Leggi il seguito.
Mi sono trattenuto fino ad oggi, non mi andava di intervenire sui fatti di Rosarno per il semplice motivo che bocche, telecamere, mani e tastiere hanno vomitato ogni genere di giudizio o punto di vista sulla questione, dal più xenofobo al più tollerante, togliendo spazio a riflessioni di ampio respiro per concentrare l’attenzione sulla contingenza.
Quasi Rosarno fosse una situazione di emergenza si sono adottati provvedimenti di emergenza, toppe sulla camera d’aria forata, e si è spostato il problema dalla campagna ai Centri di Identificazione.
L’unica cosa sensata che ho sentito dire, l’unica che riporto prima di chiudere l’argomento per manifesta imbecillità generale, è che ora, via gli africani, arriveranno rumeni ed albanesi. Altrimenti gli agrumi resteranno a marcire sugli alberi, nella futile attesa di qualche autoctono italiano disposto ad essere schiavo.
Ho avuto il piacere di intervistare Ilenia Boschin, PR & Communication Manager Italia di Zooppa.
Zooppa è ormai un brand molto conosciuto, ci spieghi com’è nato, di cosa si occupa e magari anche il significato del nome?
Zooppa è nata nel 2007 dall’idea di offrire alle aziende un nuovo modello di advertising basato sul Web e sulla sua capacità di mettere in relazione le persone con i marchi.
Il suo modello si basa sullo User Generated Advertising: le aziende clienti sponsorizzano delle campagne su Zooppa sottoforma di contest creativi per ottenere delle pubblicità virali per il proprio brand. Chiunque può partecipare a questi contest ideando una proposta creativa in uno dei formati previsti (video, grafiche, banner, spot radio o una semplice sceneggiatura o idea testuale) e caricandola poi sul sito di Zooppa.
Per ogni contest l’azienda cliente mette in palio un montepremi in denaro che sarà suddiviso tra i vincitori delle varie categorie. I vincitori sono decisi sia dalla community stessa di Zooppa attraverso votazione, sia dal cliente stesso che valuta tutti I lavori per poi decidere il migliore.
Ad un anno e mezzo dalla nascita, una volta consolidato il progetto nella realtà italiana, Zooppa ha lanciato la versione statunitense della sua piattaforma, spostando con l’occasione il suo headquarter a Seattle e nominando CEO Wil Merritt, proveniente da un’importante esperienza in Time-Warner, Inc.
Per il nome… beh, “Zooppa” è saltato fuori durante un brain-storming tra amici davanti ad una buona pizza. E’ un nome che gioca un po’ con un rimando ad un inglese maccheronico e con l’idea di un mix di ingredienti e contenuti diversi che danno vita a qualcosa di buono.
Qual è l’aspetto innovativo su cui avete puntato?
L’idea iniziale da cui Zooppa ha preso forma è nata osservando la realtà intorno a noi e vedendo come le persone promuovono ogni giorno dei marchi semplicemente attraverso le loro scelte di consumo, il passaparola, le discussione nel Web.
Ci siamo chiesti perché non convogliare in un unico strumento tutto questo potenziale inespresso, dando la possibilità ai consumatori stessi di diventare i protagonisti dei messaggi pubblicitari, non diffondendo quelli creati da altri ma inventando i propri. E allo stesso tempo, offrendo ai brand uno spazio dove instaurare e mantenere una relazione con il proprio pubblico. Questa idea è stata poi sviluppata sfruttando le potenzialità del web 2.0 e i principi di partecipazione e di condivisione che esso porta con sé. Leggi il seguito.
Quando un’azienda mi chiama per una consulenza, anche se non nel campo del web, ormai sono portato a capire fin da subito quale sia l’approccio che l’azienda stessa ha nei confronti della rete.
Vedere il prodotto, il sito, l’interfaccia, è abbastanza facile, basta usare un qualsiasi motore di ricerca e in pochi minuti ci si può fare un’idea completa di una serie di parametri tutto sommato importanti.
Spesso mi capita di venire in contatto con imprenditori che investono molto sulla propria vetrina elettronica, che pagano fior di esperti SEO e i cui siti sono ben posizionati. Ho imparato che questo non è sufficiente a determinare come siano utilizzate e sfruttate le tecnologie di comunicazione all’interno del gruppo di persone che sono l’azienda, abbastanza banale ma a volte il dettaglio sfugge, sepolto dalla correttezza del risultato ottenuto con l’investimento sul sito.
Avere uno strumento efficace verso l’esterno non garantisce il successo, o lo garantisce per un breve periodo perché poi il meccanismo diventa statico, e lo diventa per il fatto che il gruppo di persone cui fa riferimento –l’azienda- non è dinamico nell’utilizzo delle potenzialità.
Cerco di spiegarmi con un esempio concreto.
Ho avuto modo di interagire con situazioni in cui l’azienda presente in rete con un sito accattivante, indicizzato, aperto alla partecipazione degli utenti, blocca poi l’accesso ai social network dai pc dei dipendenti, anche dei cosiddetti creativi. Una contraddizione straordinaria e per me incomprensibile. Leggi il seguito.
Il fenomeno “social” –anche se chiamarlo fenomeno è improprio- sta conquistando tutti gli aspetti dell’agire umano, quasi si sia rinvigorita la consapevolezza di appartenere tutti ad un’unica, enorme rete sociale che come un collant avvolge il globo.
Trama e ordito si intrecciano fitti per ottenere la maglia del collant, e smagliare anche un solo filo compromette la calza intera, rendendola inservibile (anche se per fattori principalmente estetici).
Lentamente, ma neanche poi tanto lentamente, è questo che stiamo costruendo e da qualche anno si parla di aiuto ai paesi non sviluppati anche in termini di fornitura di economiche ed efficienti tecnologie per la comunicazione, oltre a cibo e medicinali. In molti pensano che il riscatto del continente africano potrebbe iniziare con l’arrivo del wi-max e di pc ultraeconomici che già sono in produzione.
Può sembrare paradossale pensare a fornire internet a chi non ha da mangiare, ma in fondo non lo è. L’accesso al sapere, all’informazione e alla conoscenza è la molla primaria per fa partire il meccanismo del progresso e dello sviluppo, per emancipare i cittadini dai Governi, per diffondere conoscenza su malattie potenzialmente mortali e sul modo in cui difendersi, per insegnare come si costruisce un pozzo o quali siano le migliori tecniche agricole per far rendere terreni difficili, per parlare di storia, politica e letteratura. In geografie in cui andare a scuola di persona è un’avventura quotidiana, la scolarizzazione potrebbe essere diffusa via web con enormi benefici. Nel medio-lungo periodo, è chiaro, ma da qualche parte bisognerà pur cominciare.
Mi sono occupato per molti anni, e ancora lo faccio, di aziende e tecnologie per il riciclaggio dei rifiuti, soprattutto orientate al trattamento di rifiuti elettronici ed informatici. I centri di smaltimento di questa tipologia di materiali ricevono mensilmente tonnellate di monitor, mouse, pc, tastiere, stampanti perfettamente funzionanti, ma sono costretti a distruggerle. Ricavare un florido mercato dell’usato sarebbe semplicissimo, ma andrebbe contro gli interessi dei produttori di materiale informatico che per vivere hanno bisogno di vendere il nuovo. E infatti le innovazioni vengono date in pasto al mercato con il contagocce, proprio perché il consumatore sia portato all’upgrade continuo, a pagamento. Leggi il seguito.
Quella del digital divide è una questione vecchia, ne abbiamo letto e scritto praticamente tutti ma nel territorio ancora si riscontrano grossi buchi, enormi lacune che causano una forte discriminazione tra i cittadini.
Vivo in una di quelle lacune, paradossalmente un luogo situato nel cuore pulsante della zona economicamente più “ricca ed avanzata” del paese.
La logica di mercato è lineare: non porto linea veloce dove ci sono pochi contratti da fare, gli investimenti sarebbero sproporzionati rispetto agli utili. Un’azienda privata non può fare altro che mettere in campo azioni consequenziali a questo processo logico, ma lo Stato –come si dice volgarmente- dovrebbe metterci del suo.
Abito in un comune relativamente piccolo, poco abitato ma con un’estensione territoriale notevole, e il fatto scandaloso è che i miei concittadini che risiedono a ridosso del centro storico possono avere l’Adsl pagando una cifra ridicola, dato che la zona è coperta dal servizio. Io, che pago le medesime tasse sia comunali che statali dei residenti del centro, devo sborsare ottanta euro al mese più trecentocinquanta (una tantum) per avere la parabola e gli altri apparati, che comunque non diventano di mia proprietà. Trovo questo fatto una intollerabile discriminazione.
Il comune, da parte sua, ha fatto quanto possibile, trovando l’azienda che fornisce il servizio anche ai “disagiati” come me e prevedendo un contributo per ammortizzare le spese. Inutile dire che per accedere al contributo bisogna dimostrare redditi da terzo mondo o avere in casa un figlio che studia. Leggi il seguito.