Avere delle abitudini ci fa sentire sicuri, protetti, ci costruisce attorno un mondo che conosciamo bene e in cui potremmo muoverci ad occhi chiusi, evitando gli ostacoli come fossimo in pieno giorno.
A chi non è capitato di alzarsi la notte per andare in bagno e scoprire che senza accendere la luce il cervello riproduce esattamente il percorso corretto e ci porta dove dobbiamo andare a fare le cose che dobbiamo fare? Il processo si avvicina molto alla mappatura che lo stesso cervello esegue su tutto il nostro corpo, inducendo una sensazione di completezza anche a chi disgraziatamente perde un arto.
Gli occhi dell’abitudine portano molti vantaggi quando approcciamo la realtà, è come se viaggiassimo col pilota automatico, come quando guidiamo da casa all’ufficio pensando a tutt’altro, trovandoci improvvisamente nel parcheggio dell’azienda senza ricordare come siamo arrivati fin lì.
Ma l’abitudine, la ripetizione inconscia, fa bene solo alle macchine, ai robot. È per questo che li abbiamo immaginati, per compiere delle azioni per cui non serve un essere umano, per cui non è richiesta creatività. Le leggi della robotica di Asimov hanno segnato in qualche modo il confine, la linea che demarca la differenza incolmabile tra uomo e macchina.
Il mio confronto adolescenziale con questo ragionamento è stato stimolato da un incontro casuale con un libro, una sera a casa di un amico.
Fin da piccolo sono stato un appassionato lettore di Topolino, le avventure della banda Disney hanno la capacità di proiettarmi in un mondo di fantasia dove tutto è possibile, dove l’uomo più avido del mondo riesce ad essermi simpatico, dove la malavita ha un cuore d’oro, dove non ho mai capito perché ci siano solo nipoti e i genitori siano stati aboliti, e dove c’è Pippo.
Pippo è sicuramente uno dei personaggi più originali, completamente fuori dagli schemi, uno che si fa notare pur essendo costantemente in seconda o terza fila.
Bene, a casa di quell’amico mi è capitato in mano “Perché Pippo sembra uno sballato” di Andrea Pazienza, e la mia visione di Pippo da allora non ha più potuto prescinderne. Mi sono d’improvviso reso conto che la mia abitudine a vedere Pippo così sopra le righe aveva completamente offuscato la mia curiosità, e non mi ero mai soffermato a riflettere sul personaggio al di fuori dei percorsi convenzionali.
Come si capisce da questo post, l’incontro fortuito con il mio primo Pazienza non ha solo modificato la mia visione di Pippo, ma ha inciso profondamente sulla mia considerazione dell’abitudine.
Se c’è qualcosa da cui costantemente cerco di tenermi alla larga sono proprio le abitudini, soprattutto quelle intellettuali, tento di tenermi pronto a considerare le cose da molti punti di vista, per primi quelli diametralmente opposti ai miei.
Per chi non avesse letto il fumetto, secondo Pazienza Pippo sembra uno sballato perché è uno sballato.














One Comment
L’ho letto anche io il libro di Pazienza ed anche tutti i libri di Asimov…andavano di gran lunga au miei tempi. Non pensavo ci fossero ancora estimatori. E per fortuna il mio bagno confina con la camera da letto. Ciao dalla fidanzata di Pippo