Ci sono giorni in cui sono stanco, stanco di affrontare il meccanismo che rallenta brutalmente il nostro sviluppo.
La dolosa mancanza di comprensione, l’ignoranza se vogliamo, è la prima causa di tutto ciò. Siamo tanto individualmente dotati quanto complessivamente minorati, un vero controsenso. Ovvio che il conflitto di interessi divergenti è il carburante ad elevato numero di ottani.
Pare che con gli esseri umani l’effetto sinergico in qualche modo sia sempre mediato e filtrato, depauperato, ridotto ad una media, pare ci si metta sempre più ragione che cuore, più business che progresso, ma questo d’altronde è un problema vecchio quanto il mondo.
La rassegnazione è una terribile malattia, se si cronicizza diventa incurabile, ma rassegnarsi in qualche modo allevia le sofferenze.
La rassegnazione è il tratto distintivo della maggior parte degli umori che mi sfrecciano accanto ogni giorno, frenetici, convulsi e compulsivi, umori che si recano al lavoro controvoglia, umori che lavorano solo per pagare i conti di fine mese, umori che si srotolano dalla stessa matassa ora dopo ora, settimana dopo settimana, anno dopo anno, in una discesa folle a perdifiato, come quando si corre giù da una duna di sabbia e le gambe vanno da sole senza che si abbia la possibilità cosciente di fermarle.
Allora il weekend si vive come una liberazione, obbligata in tempi e modi ma una liberazione. I più fortunati godono di due settimi di esistenza da dedicare a se stessi, alla famiglia, agli interessi, agli svaghi e agli hobbies, i meno fortunati un settimo. Poi c’è chi fa i turni di notte e nelle festività, chi lavora di notte e dorme quando il sole è alto, chi lavora a migliaia di chilometri da casa, chi non lavora proprio e perciò è ancora più angosciato degli altri.
Forse la costante frequentazione del web mi ha inoculato una dose esagerata di futurismo, ma non vedo come la percezione delle nostre esistenze possa modificarsi finché ci ostiniamo a tutelare l’articolo uno della nostra Costituzione, che ci ricorda arrogante di essere una repubblica fondata sul lavoro. Per la mia sensibilità in quell’articolo dovrebbe essere scritto a chiare lettere che l’Italia è una repubblica fondata sui suoi cittadini e sulle loro evolventi esigenze di abitanti del mondo contemporaneo, con un rimando importante alla tutela della qualità della vita come diritto fondamentale dell’uomo. L’accezione contemporaneo sarebbe la chiave di volta, la spinta costante che obbligherebbe a continue revisioni.
Gianfranco Miglio aveva chiaramente teorizzato la necessità di adottare una “Costituzione generazionale”, una Carta da rinnovare ogni trent’anni per abbracciare le modernizzazioni spontanee della società in tutti i campi e gli aspetti. Chiaro che non sarebbe tutto così semplice, per modificare una Costituzione ci vorrebbero larghissime convergenze politiche e culturali, non semplici maggioranze numeriche, e in un periodo socio-politico come quello che attualmente viviamo sarebbe impossibile.
Quando la politica e la società adotteranno un meccanismo di funzionamento più simile a quello che nella rete consente enormi balzi in avanti grazie alla condivisione e allo stimolo reciproco, allora saremo proti per cambiare modello costituzionale e sociale.













