Il libro di poesia di Lorenzo Pezzato, Dipendenze, abbandoni e strane forme di sopravvivenza, Lietocolle 2011, apre finalmente il nuovo millennio poetico con una risoluzione definitiva dei miti e della koiné novecentesca.
Se il novecento è il secolo della frantumazione e del crollo delle ideologie con l’avanzata nell’ultimo decennio conclusivo della massmedialità e della globalizzazione, così come oggi le subiamo, siamo entrati o meglio scaraventati nell’epoca della complessità, del materialismo immateriale, dei media caldi e freddi secondo la definizione di McLuhan.
I medium hanno eliminato la separazione fra retroscena e palcoscenico cancellando ogni fatto, avvenimento e cultura che prima segnava una netta separazione fra gruppi sociali. Oggi la velocità, la precarietà e allo stesso tempo l’enorme mole di informazioni che nascono e muoiono nello spazio di un giorno solare non portano a nessuna conoscenza comune, piuttosto alla disintegrazione, a feticci falsi come divinità incapaci di produrre alcun miracolo. E‘ in questa premessa e sostanza che si muove la poesia nel libro di Pezzato fin dall’incipit dell’umiliazione allo specchio che proietta una immagine di sé e del mondo gia vecchia dopo appena il suo riflesso: “Tutti i giorni mi umilio allo specchio/ tutti i giorni mi umilio leggendo i versi di ieri/ scaduti da ventiquattr’ore.
Quale funzione ha oggi la poesia? Quale funzione ha il poeta oggi? Pezzato una qualche via ce la offre, una medias res che ci catapulta in una visione del fare poesia e dell’essere poeta che muove dall’onestà fondamentale di un sentire costituito da un sentire immediato, non filtrato da costruzioni furbe ma, come affermava Alda Merini, “buona la prima!”.
Noi crediamo a questa poetica di Pezzato, ne sentiamo tutta la genuinità, ne sottoscriviamo il manifesto e la critica ai “contemporanei poeti a corta gittata.”
Pezzato ci appare come un faro che illumina, nel suo girare intorno compulsivo, terre del passato, confini attuali nebulosi e nuove terre poetiche da scoprire. Del secolo passato si salvano solo pochi e immensi capisaldi, Picasso e Kafka, gli unici ammessi alla nuova corte del nuovo millennio. Gli unici che veramente hanno costruito ponti lunghi e solidi da trapassare le ere e le mode.
Il medium più condizionante oggi oltre alla TV è internet, ma mentre la TV è tanto più condizionante quanto più essa può divenire invisibile per l’utente nel senso che l’interazione è univoca, internet, invece, con la sua interfaccia multidisciplinare e plurisemantica oltre a connettere il mondo con il mondo, l’abisso con l’abisso, pervade ogni piega della nostra esistenza. Si parla sempre meno di ciò che i media trascurano e si pensa sempre meno a ciò che essi trascurano, come affermato da Noelle- Neumann. Ecco che la profezia si autoavvera, l’effetto pigmalione si realizza e la poesia ne prende atto, registra l’ID, il proprio codice identificativo a cui tutti ora possono accedere, scrivere, connettere, inviare i propri messaggi “epistolari muti virtuali” “sotto milioni di clic isterici”. Qui però si nasconde un desiderio di essere trovato, riconosciuto, autopromozionale secondo gli standard della nuova politica massmediale. Qui c’è un nervo scoperto ma non condannabile, anzi diremmo proattivo.
La carrellata di personaggi, dai punkabbestia agli emo, ai rave party sono trattati con un sentimento cristiano non di denuncia ma di comprensione, di mani aperte accoglienti, persino nella stereotipia convulsiva della sindrome di Asperger, nella disprassia quotidiana di cui tutti ma proprio tutti noi inconsapevolmente soffriamo.
Ironia garbata, intelligente con una chiarezza nella prosa limpida, filosofica e sociologica che ancora, per fortuna, chiede un senso e risponde alla “tentazione di riempire il vuoto con altro vuoto”, a “comporre versi squallidi per mandarvi a fare in culo/ e ricominciare”
E noi lo perdoniamo e per empatia ci aggreghiamo.













